giovedì 21 gennaio 2016

Su Filindeu

Su Filindeu: capelli di Dio o capelli d'angelo?
Un passo alla volta.
Parlo di un impasto tipico della Barbagia, Sardegna.
Una pasta dalle origini incerte. Il nome viene dall'arabo: fidaws, capello.
Termine che si ritrova in Spagna, dopo la conquista mussulmana, nelle forme fideos in castigliano, fidiaux o fideis in provenzale. (Ricordate la sfida sulla fideuà di Mai?)
Con la conquista Catalana prima e spagnola poi, il termine si afferma anche in Sardegna: findeos, fundeos (in Logudoro), filande e filindeus.
Leggenda vuole che il metodo di preparazione fosse stato "rubato" dalle donne di servizio della nobile famiglia di origine ispanica Gallisay spiando dalle serrature.
La peculiarità di questa pasta è infatti la preparazione.
Grazie all'Associazione Italiana Foodblogger e alla Camera di commercio di Nuoro l'anno scorso ho avuto la fortuna di vedere all'opera una delle poche donne ancora in grado di realizzarla. 
Insieme a lei e alle altre compagne di viaggio ci siamo messe al lavoro e miracolosamente i fili sono venuti anche a noi. Ma il problema non è tanto nel realizzare questi sottilissimi filamenti, quanto l'impasto che permette la loro realizzazione. E' a base di semola, acqua e sale, ma il segreto è racchiuso tutto nella preparazione dello stesso: ne sono sicura!
La minestra con i filindeu viene offerta tradizionalmente ai pellegrini che ogni anno percorrono 32 chilometri per raggiungere il santuario di San Francesco di Lula.
"Chi non mangia la minestra salta dalla finestra": leggenda vuole che una sposa che si rifiutò di assaggiare su filindeu, al suo rientro a Nuoro, dopo il pellegrinaggio, cadde da cavallo precipitando nel dirupo che oggi è noto come il "fosso della sposa".
Non credo che San Francesco sia così permaloso, ma meglio non metterlo alla prova!
Ho deciso di proporre questa ricetta per la sfida Mtchallenge di questo mese. 
Vitto: non la propongo per la gara, perché ci ho messo veramente poco di mio, ma ho pensato che fosse un peccato non dare spazio ad un piatto così tipico.



Ingredienti:
100 g di filindeu 
collo di pecora
6 cipolle
1 pomodoro secco (i pomodori secchi sardi sono sotto sale e più morbidi rispetto a quelli che si trovano a Roma)
50 g pecorino fresco

Mettete a bollire la pecora con abbondante acqua, le cipolle sbucciate e il pomodoro. 
Portate ad ebollizione, abbassate la fiamma, schiumate e lasciate cuocere per 3-4 ore (fino a quando la carne risulterà morbida).
Filtrate il brodo, rimettete sul fuoco frantumatevi i filindeu. Spegnete la fiamma e condite con il pecorino fresco che con il calore si scioglierà.




Con questa sfida partecipo fuori concorso alla sfida MTC 53
Fonti:
- Ricettario. Archivio della memoria della Sardegna. 
http://incoghina-sassari.blogautore.repubblica.it/2013/12/03/filindeu-filindeus-filindeos/

9 commenti:

  1. Bellissima questa pasta, non sapevo nemmeno della sua esistenza!

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  2. Hai fatto bene, le ricette della tradizione sono tesori da preservare e far conoscere. Cosa darei per vedere queste signore all'opera! Brava Cri, un bacione!

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  3. Non conoscevamo i filindeu, nessuno dei due, né Ele, né tanto meno io, l'Israelopitecus, come mi chiamano da queste parti. Sono affascinato dalle foto e da queste preparazioni antiche che nascondono segreti profondi che nessuno conosce bene se non gli esperti. Parli delle poche donne ancora in grado di realizzarli e mi intristisce, perché molte tradizioni di tanti popoli si stanno perdendo con le nuove generazioni.
    Io, anzi noi, ti ringraziamo di avercelo fatto conoscere.
    Mich &Ele

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    1. E' vero è molto triste. Quando mi sono ritrovata a parlare con la donna che ci ha fatto vedere mi ha detto che le figlie non erano interessate ad imparare. Le ho chiesto perché non insegnasse ad altri, ma l'ho vista molto scettica. Non so se effettivamente non ci sia la voglia di imparare o manchi quella di insegnare. In ogni mestiere. Peccato.

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  4. Cri, tu lo capisci che ho letto il tuo post un secondo dopo la sua pubblicazione ed ancora non so cosa scrivere?!!!
    A me questo piatto commuove, ogni volta che lo guardo.
    Se avessi il privilegio d'imparare sarebbe davvero il massimo.

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    1. Fabiana nei nostri progetti mettiamoci un viaggio in Sardegna: cerco di corrompere nuovamente la signora che ci ha fatto vedere.

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  5. le risposte che ci davano, ogni volta che esclamavamo che non era possibile non tramandare queste tradizioni, se non di famiglia in famiglia, col rischio che qualche generazione interrompesse il passaggio di testimone, era che "piccolo è bello".
    In effetti, se si guarda alla Sardegna con un occhio diverso, si può anche comprendere l'origine di questa reticenza: una delle coste più belle del mondo, affacciata su uno dei mari più belli del mondo, offerta allo stupro dell'edizilia e della cafoneria degli arricchiti, non può che provocare, di riflesso, la custodia cieca del patrimonio che ancora non è stato colpito dall'ondata della volgarità.
    Come sempre, la verità sta nel mezzo:e recuperando i ricordi che questo post ha fatto riemergere dalla memoria, non posso che convenire con il disappunto di Michael: tutto questo andrebbe conosciuto e divulgato. Ci stiamo provando con AIFB e con food blogger come te che sono la punta di diamante di un web solcato da molte strade. Lasciamo ad altri la colonizzazione delle coste, noi ci teniamo stretto l'entroterra :-)
    Almeno finchè ci saranno brodi di pecora fatti come il tuo.
    In gara, marsch!

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  6. Sono a bocca aperta con il solo rammarico di non essere stata li.
    Concordo con l'importanza di preservare antichissime tradizioni che rischiano di perdersi.
    E con la Ale che ti rispedisce in gara.
    Minestra superba.

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