martedì 3 maggio 2016

Su Filindeu

Su Filindeu: capelli di Dio o capelli d'angelo?
Un passo alla volta.
Parlo di un impasto tipico della Barbagia, Sardegna.
Una pasta dalle origini incerte. Il nome viene dall'arabo: fidaws, capello.
Termine che si ritrova in Spagna, dopo la conquista mussulmana, nelle forme fideos in castigliano, fidiaux o fideis in provenzale. (Ricordate la sfida sulla fideuà di Mai?)
Con la conquista Catalana prima e spagnola poi, il termine si afferma anche in Sardegna: findeos, fundeos (in Logudoro), filande e filindeus.
Leggenda vuole che il metodo di preparazione fosse stato "rubato" dalle donne di servizio della nobile famiglia di origine ispanica Gallisay spiando dalle serrature.
La peculiarità di questa pasta è infatti la preparazione.
Grazie all'Associazione Italiana Foodblogger e alla Camera di commercio di Nuoro l'anno scorso ho avuto la fortuna di vedere all'opera una delle poche donne ancora in grado di realizzarla. 
Insieme a lei e alle altre compagne di viaggio ci siamo messe al lavoro e miracolosamente i fili sono venuti anche a noi. Ma il problema non è tanto nel realizzare questi sottilissimi filamenti, quanto l'impasto che permette la loro realizzazione. E' a base di semola, acqua e sale, ma il segreto è racchiuso tutto nella preparazione dello stesso: ne sono sicura!
La minestra con i filindeu viene offerta tradizionalmente ai pellegrini che ogni anno percorrono 32 chilometri per raggiungere il santuario di San Francesco di Lula.
"Chi non mangia la minestra salta dalla finestra": leggenda vuole che una sposa che si rifiutò di assaggiare su filindeu, al suo rientro a Nuoro, dopo il pellegrinaggio, cadde da cavallo precipitando nel dirupo che oggi è noto come il "fosso della sposa".
Non credo che San Francesco sia così permaloso, ma meglio non metterlo alla prova!
Ripropongo volentieri questo piatto per la Giornata a lui dedicata del Calendario dell'Associazione Italiana Foodblogger e non vedo l'ora di leggere il post di Claudia che ne è l'ambasciatrice.


Ingredienti:
100 g di filindeu 
collo di pecora
6 cipolle
1 pomodoro secco (i pomodori secchi sardi sono sotto sale e più morbidi rispetto a quelli che si trovano a Roma)
50 g pecorino fresco

Mettete a bollire la pecora con abbondante acqua, le cipolle sbucciate e il pomodoro. 
Portate ad ebollizione, abbassate la fiamma, schiumate e lasciate cuocere per 3-4 ore (fino a quando la carne risulterà morbida).
Filtrate il brodo, rimettete sul fuoco frantumatevi i filindeu. Spegnete la fiamma e condite con il pecorino fresco che con il calore si scioglierà.



4 commenti:

  1. Grazie Cristiana. Bellissimo post, bellissime foto. Ti abbraccio. Claudia

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  2. Io sono di origine sarda ma non conoscevo questo piatto. Mia mamma è di Oristano. Sono felice di aver scoperto una pasta così antica da non scordare. Grazie!

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  3. Ciao scrivi di essere riuscita anche tu a fare filindeu puoi spiegare meglio come ? Io non riesco a fare i fili mi si rompe dopo pochi passaggi la pasta . Puoi aiutarmi ? Grazie 😊

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